C’è
chi vorrebbe sottoporre l’Italia alle stucchevoli tradizioni americaniote dell’inno a colazione e degli svolazzamenti di
bandiere, altri ammirano invece l’unità di spirito del popolo francese,
corroborata, dicono alcuni, anche dalle ambigue vicende della Rivoluzione
(dimenticandosi la Bretagna, la Vandea e la Corsica) o il senso, quasi morale,
dell’onestà e del doverismo teutonici.
In tal senso però, ha probabilmente
ragione Philippe Daverio quando ammette che gl’italiani sono il popolo del
melodramma. Surreali ed inverosimili come le pellicole di Fellini, ma al
contempo così desiderosi di trovare una parte netta, una macchietta manichea su
cui posare la propria sfuggevole contraddittorietà per darle infine un senso, o
un nobile valore condiviso su cui far riposare la propria fisiologica
individualità: quella tanto vituperata che ha però il merito di trascendere ogni
qualsivoglia artificiale senso civico, per ricondurre ogni “buona socialità”
alla propria coscienza (gli unici che travestono il roussoiano amor sui
in amor proprio, mentre altri
popoli preferiscono il contrario).