CERCA NEL BLOG

venerdì 26 settembre 2014

Il "pochet" challenge nella moralità umana


L’uomo narciso del “mi piace” coatto sembra, a differenza della mole di giudizi distribuiti a destra e a manca con robotica meccanicità, avere una profonda disistima di sé stesso. E’ il regno virtuale che disprezza ogni con-tatto umano, quello di cui si nutre anche l’ultima trovata: l’ice bucket challenge. Quello in cui il bisogno di appartenere ad una mission superiore, che sostanzi la pochezza in moda compiacente, sembra scavalcare persino l’essenzialità del contenuto.

Ma si sa, un’umanità “sociale” che ha addirittura equivocato la dipendenza con l’autonomia, non può avere alcuna predisposizione per l’impegnativo vincolo del contenuto. 
Essa, come ogni cosa che, per dirla col goriziano Michelstaedter “non possiede la potenza del proprio agire”, vuole essere, al contrario, “contenitore”. Vuol essere in-monda!
Non si tratta esclusivamente della messinscena della propria immagine a buon mercato, vero volano al successo di ogni sedicente iniziativa benefica. Né tantomeno della polemica dei cento euro dati dalle Litizzetto di turno per partecipare a questa mondanizzazione poco mondante. La questione sulla beneficenza tout court è invece essenziale (in tal senso, i giapponesi, sembrano essere avanti anni luce: prima di versare il proprio obolo contro la lotta all’Aids, mondandosi la coscienza, hanno diritto di palpare una prosperosa signorina prestatasi momentaneamente all’impresa benefica).

E lo è tanto più in un mondo in cui nessuno fa nulla per nulla. Tantomeno l’homo oeconomicus che ha bisogno di quantificare matematicamente pure le galileiane qualità secondarie, i sentimenti, le emozioni, la propria scontata dignità.
Come può essere infatti obbligato dalla voglia di appartenere, dalla foga di apparire, l’atto del donare? Nemmeno Dio si muove gratis. Anche l’astro zarathustriano (“O grande astro, che cosa sarebbe la tua felicità se tu non avessi coloro a cui risplendi?”) ha bisogno di coloro che vogliono ricevere la sua luce per dare un senso alla sua superiorità.

Senza queste figure inferiori, privato del calore di questi succubi girasoli, egli non potrebbe infatti far rivalere la sua apparente superiorità. Spogliato dal proprio belante pubblico finirebbe per implodere nella propria luce, si smarrirebbe nella vana ricerca di altri sguardi idolatranti; eclissandosi nel vuoto esistenziale, sentirebbe mancare quella fisiologica propensione del suo essere per gli altri.
Anche l’altruismo degli dei-astri è quindi solo, a ben vedere, un egoismo mascherato. Gli astri fanno luce solo per essere riconosciuti poi dai subalterni girasoli. Ma non è ormai più questione di epos. La modernità dilagante ha ucciso sbrigativamente gli dei, e con essi ogni cosmogonia che legasse i propri vizi e le proprie virtù al mimetismo cogli uomini (ho sempre sospettato che il soggetto del versetto biblico “a propria immagine e somiglianza” fosse l’uomo e non Dio).

Sbarazzatisi della sfrontatezza degli “astri” e della loro ambigua posizione, i girasoli possono finalmente dirsi davvero uguali, alla stessa altezza, piccoli. Ma dove troveranno un altro sole a cui legare la propria mai sopita voglia di dipendenza? In realtà lo cambieranno spesso, come le banderuole in balia di un persistente vento, muteranno di segno ogni qualvolta la moda, la convenienza, o chi per esse, gli suggeriranno una nuova direzione da seguire. 
Ad un girasole che abbia perso il proprio astro di riferimento non  importa più il senso. Ad esso importa solo mostrare i risultati di questa nuova finta indipendenza.
E anche questa volta, come fu per gli astri-dei ormai seppelliti, siamo sicuri che si corra tutti nella stessa direzione. Quella di chi paga per avere anche solo un fugace momento di popolarità, e chiama pure questa smania di mettere in mostra la propria bontà, col beffardo nome di beneficenza.

2 commenti:

enrico vettorato ha detto...

"appoggio" total-mente il tuo pensiero rasoterra, motivo per cui non lo archivierò con uno "sterile" mi piace, ma con questo timido commento...

Masini Marco ha detto...

della serie: chi si pone di fronte ad un'espressione, qualunque essa sia, la fa vivere di vita propria, le dà diversa autocoscienza, sino a farla lievitare. A questo serve l'arte, e a questo servono, più in generale, gli amici... so che più di altri puoi comprendere il senso delle mie parole, e anche quello di questa specifica "rasoterrata"