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venerdì 28 febbraio 2014

La Corte dei Conti impara l'arte e le agenzie di rating la mettono da parte


E’ singolare che il nodo allo stomaco per la disastrata situazione dell’Italia sia venuto, dopo una fiumana di chiacchiere al bromuro, alla Corte dei Conti, che peraltro, oltre a non avere competenze specifiche sul merito dei giudizi espressi dalle agenzie di rating, è però stato l’unico organismo statale che ha sentito l’urgenza di alzare la voce. Un groppo che l’ha spinta a chiedere spiegazioni sulle decisioni circa il declassamento del debito pubblico prese dalle agenzie private Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch.

In un sussulto di amor patrio, la magistratura contabile ha così contestato alle “tre sorelle” di non aver computato in quelle allegre valutazioni anche la ricchezza del patrimonio culturale italiano, paventando addirittura una richiesta di risarcimento per danno erariale pari a 234 miliardi di euro. Ce ne sarebbe per ridestare i nazionalismi più sopiti, eppure il carico da novanta estratto dal cilindro dalla Corte dei Conti non ha polarizzato l’interesse di tutti quei parlatori e ventriloqui, ma professionisti, che ad ogni piè sospinto scalpitano per proporre la ricetta più efficace per tirar fuori la tanto amata Italia dalla “palude” della crisi, per usare un’espressione dell’ultimo tra coloro che sono stati chiamati a salvarla.

A dire il vero, volendo fare un passo indietro per andare incontro al buon senso, il problema delle agenzie di rating, le stesse che qualche tempo prima del fallimento della Lehman Brothers le attribuivano la tripla A, non è delle agenzie in sé, ma di coloro che gli danno ancora fiducia - e quindi anche un credito -, pur avendo sotto gli occhi i funesti errori e le ambiguità del loro giudicare.
Ma si sa, le stravaganze della “mano invisibile” di smithiana memoria, che tutto regola ed armonizza, non tengono conto delle distrazioni degli uomini, gli stessi che sostanziano però quello stesso mercato a cui vorrebbe rifarsi il “padre nobile” del liberismo.

L’idea della Corte dei Conti, nella fattispecie, non è del tutto peregrina. Il concetto di patrimonio, quale parte costitutiva del capitale di una comunità, nasce nella Francia della monarchia costituzionale di Luigi Filippo. Per dirla con Guizot, che di quel governo fu il Ministro dell’Interno e il primo “Ispettore dei monumenti storici”: “la gestione della memoria nazionale diventa una questione di governo”. Anche il “Patrimoine nationale” quindi, venendo incontro alle esigenze della nuova borghesia dominante, può, anzi deve, essere sottoposto alle nuove leggi della contabilità e del mercato, quelle iper-razionali che di quei bourgeois sono insieme il sostrato culturale e il motivo di vittoria sulla sgangherata decadente aristocrazia di spada. Per dirla con Benjamin: “col flâneur l’intelligenza si reca sul mercato”.
impara l'arte

Nell’occidente dunque, patrimonio culturale compreso, tutto ha un prezzo se qualcuno è disposto, comprando, ad accrodarglielo (detto in altri termini: per “alienare” un bene inalienabile basta un giro d’inchiostro e nulla più). Gli esempi, dai caveau delle banche zeppi di cimeli artistici, alle consulenze d’investimento, alimentano questa sensazione: se infatti un disegno di Michelangelo viene battuto all’asta per una cifra superiore ai 30 milioni di euro, anche il patrimonio artistico e culturale diventa così una ricchezza de facto (produttività e improduttività – più genericamente il reddito - sono dogmi tutti nuovi che non c’entrano un fico secco con la nozione di ricchezza tout court). In tal caso, se la folla e la pubblica doxa attribuissero quindi un qualche valore all’arte, saremmo certamente i più ricchi del mondo, e quelle stesse agenzie di rating, a cui nulla importa della verità, della dignità o della bellezza, sarebbero costrette da quello stesso mercato a considerare l'arte una "ricchezza" al pari di tutto ciò che asseconda il dominus universale del profitto. Un'ambiguità legata esclusivamente ad un gioco prospettico d'interessi, ad una convenzione. Il concetto di ricchezza è così solo un atto di fede a cui si deve cieca con-vinzione (il trapassato apologo di re Mida, e dell’impossibilità di cibarsi dell’oro accumulato, è ben lungi dall’essere stato compreso).

A differenza di quanto sembrano credere quelle stesse distratte agenzie di rating, e con loro i novelli cultori della produttività, la ricchezza non derivare solamente da ciò che può estrinsecarsi in un utilizzo concreto (in tal caso la potenzialità di attrazione turistica, più genericamente l’impiego e lo sfruttamento del prodotto), ma ha anche un valore intrinseco, suo, ammesso che il sempiterno mercato sia disposto a credere fideisticamente al quel convenuto “valore”. Da questo punto di vista ebbe forse l’occhio più lungimirante dei nostri sciatti imprenditori, ricurvi esclusivamente sulla produttività e sulla competizione, Napoleone, ché comprese in anticipo il valore “economico” e non esclusivamente estetico dei da Vinci e dei Tintoretto, dei Tiziano e dei Veronese.

Eppure le agenzie di rating, nei loro infiniti conflitti d’interesse e nelle sviste che segnalano parimenti un certo paraculismo, non hanno tutti i torti. Hanno infatti dalla loro la forza che gli deriva dalla debolezza con cui l’intero popolo italiano tratta il proprio patrimonio. Una scuola che cassa le ore di storia dell’arte e pretende che il settore turistico diventi sempre più strategico e trainante, frammisto al totale disinteresse del popolino per quella memoria che si sta velocemente sfaldando, sferzata sotto i colpi dell’indifferenza e dell’ignoranza più che del tempo e dell’usura, hanno inferto un colpo mortale al nostro stesso patrimonio, e anche alla nostra credibilità.

3 commenti:

michele blandino ha detto...

Chi si ricorda la frase del proffesor Montidopo una riunione, mi sembra aBruxelles, dicendo:"non intendiamo richiedere nessun prestito, abbiamo di piu'rispetto allo stesso debito".

Si riferiva ai depositi bancari che superano dimgran lunga il debito?

Oppure il patrimonio immobiliare che supera, anche esso, il debito pubblico?

É pur vero che non bisogna dilapidare un capitale per la necessita' quotidiane, pero' l'esercito di disoccupati, in attivo, devono attuare la regola che prima ho esposto.

Più stringo il mercato, più incateno i rapporti sociali, meno circolazione di carta moneta, il risultato é quello dell'impoverimento della societa'.

Oltremodo, mi preme precisare che affine alla poverta' economica, si associa la cadaverica poverta' culturale e solidale, metiendo vittime e generando individualismo in una societa' in cui é ancora attiva la memoria contadina e laboriosa che tanto ci teneva alla famiglia come nucleo aggregante del tessuto sociale.

Questa realtà sta morendo ogni giorno e chi insegue il sogno della disperazione, attuerà ogni sua attitudine per arrivare a rinnegare cio' che un tempo dava sicurezza e solidarieta.

michele blandino ha detto...

Chi si ricorda la frase del proffesor Montidopo una riunione, mi sembra aBruxelles, dicendo:"non intendiamo richiedere nessun prestito, abbiamo di piu'rispetto allo stesso debito".

Si riferiva ai depositi bancari che superano dimgran lunga il debito?

Oppure il patrimonio immobiliare che supera, anche esso, il debito pubblico?

É pur vero che non bisogna dilapidare un capitale per la necessita' quotidiane, pero' l'esercito di disoccupati, in attivo, devono attuare la regola che prima ho esposto.

Più stringo il mercato, più incateno i rapporti sociali, meno circolazione di carta moneta, il risultato é quello dell'impoverimento della societa'.

Oltremodo, mi preme precisare che affine alla poverta' economica, si associa la cadaverica poverta' culturale e solidale, metiendo vittime e generando individualismo in una societa' in cui é ancora attiva la memoria contadina e laboriosa che tanto ci teneva alla famiglia come nucleo aggregante del tessuto sociale.

Questa realtà sta morendo ogni giorno e chi insegue il sogno della disperazione, attuerà ogni sua attitudine per arrivare a rinnegare cio' che un tempo dava sicurezza e solidarieta.

Masini Marco ha detto...

tra le altre cose è risaputo che, durante larga parte della storia degli uomini i debiti non si sono pagati, con buona pace dei creditori (in tedesco la parola schuld oltre a debito significa pure colpa... loro sono falliti - anche per ovvi motivi - tre volte nel 900). A tal proposito non ha neppure senso "tenere a posto i conti" - come si affrettano a dire ad ogni angolo gli stregoni economici: che senso ha tenerli in ordine se poi la massa di derivati supera di 10 volte il Pil mondiale? sulla prospettiva keynesiana, a cui lei sembra richiamarsi, comprendo il potenziale tentativo di risolvere il problema, ma non ne sono completamente persuaso: si può infatti crescere facendo debito? e più genericamente: si sente ancora l'urgenza di crescere? Perché? Ci servono nuovi oggetti per riempire il vuoto? abbiamo bisogno di ulteriori bisogni? ci servono ulteriori servizi per risolver-ci in un'altra dipendenza? Il discorso-concetto sulla famiglia, quale atavico nucleo sedimentante l'italianità mi trova completamente d'accordo.