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domenica 8 maggio 2016

Guerre di religione e Europa

Era l’ottobre del 732, quando tra Tours e Poitiers si fronteggiarono l’esercito arabo del governatore di Spagna,  Abd al-Rahman, e quello dei Franchi comandato dal maggiordomo di palazzo dei merovingi, Carlo Martello. All’epoca non c’era ancora la filastrocca, recitata oggi ai quattro venti da ogni improvvisata suorina occidentofila, delle guerre di religione. Se ne faceva, casomai, una questione di stretta praticità, di potere politico e militare. Abd al-Rahman venne sconfitto dai Franchi e ricacciato nei suoi domini iberici (al-Andalus).

E' pur vero che il monaco lusitano, Isidoro Pacense, pare usò per la prima volta nella storia il termine "europei" per contrassegnare i guerrieri Franchi vincitori contro l'invasore moro a Poitiers, ma quell'identità cristiana ha comunque un retaggio più moderno di quanto si potrebbe sospettare dalle cronache e dalle scolastiche d'epoca medievale. 
E infatti neanche al nipote di Carlo Martello fregava un granché delle questioni religiose e spirituali. Durante la messa del 25 dicembre 800, nella basilica di San Pietro, Carlo Magno venne eletto imperatore da Papa Leone III, titolo che in Occidente non veniva usato dalla destituzione dell’ultimo imperatore di Roma, Romolo Augusto. Anche lì, al netto delle eroine e dei veggenti domenicali che schiumano nel parlare di “guerre di religione”, se ne faceva, di nuovo, una faccenda di opportunità politica: defensor fidei, nascita del Sacro Romano Impero e di una certa “idea europeista”, superiorità papale, sgarbo ai bizantini il cui imperatore, secondo la logica introdotta da Costantino, nominava il pontefice – uno sgarbo, è bene ricordarlo, solo di prestigio, dato che Carlo fece costruire la sua Cappella Palatina di Aquisgrana sulla falsariga di manufatti ed architetture bizantine, vedi San Vitale a Ravenna -. 

Oggi Papa Francesco, in una sorta di cortocircuito che però richiama, seppur sbiaditamente, ricorsi storici altomedievali, viene insignito del massimo riconoscimento europeo, il Premio Carlo Magno. Tutto questo accade mentre viene eletto, per la prima volta, un sindaco musulmano a Londra, tale Sadiq Khan, avvocato figlio di un modesto immigrato pachistano. La questione attuale non è lo scontro tra religioni, né tantomeno l’Islam, religione complessa, variegata, che come tutte le religioni monoteiste alterna momenti di assoluta tolleranza a momenti storici in cui ogni libertà viene brutalmente negata, nei “califfati” di oggi più che nei califfati e nelle “alhambre” di ieri.
crociate

La questione, banalizzando di molto la sua fattiva portata storica, è che sembra aver vinto la partita della “civiltà” una parte beduina e triviale che ha orrendamente alterato quei valori storici e quella cultura a cui, peraltro, l’Occidente deve molto (il filosofo Averroè che traghettò le traduzioni aristoteliche e la medicina antica nel nostro rozzo medioevo, i numeri, la chimica e l’algebra, il politico Al Mansur, che volle quella biblioteca di Bagdad in cui ripararono gran parte dei testi e delle tradizioni antiche). Un califfato barbaro, primitivo, sanguinario, involuto, che non c’entra nulla con la storia di un passato colto, raffinatissimo e spesso più tollerante della maggior parte dei signorotti occidentali (il fine imperatore Federico II di Hohenstaufen si formò anche sulle traduzioni arabe di Michele Scoto; dopo aver deportato gli arabi di Sicilia a Lucera ne face una sorta di gruppo militare d’élite -; la sesta crociata esortata da Onorio III ebbe una conclusione diplomatica grazie al multiculturalismo dello stupor mundi). Ma anche al di qua dal guado, nell’occidente figlio dei Lumi e della democrazia, sembra affermarsi sempre di più un pensiero che fonda la propria legittimità sulla paura dell’altro e del diverso, “pensieri cattivisti e buonisti” similmente beduini e “pecorai”.


Sarà meglio che l’Europa, ammesso che ne esista ancora una declinazione umanista e solidale, recuperi presto quell’antichissima consapevolezza di Mediterraneo quale imprescindibile cerniera e crocevia tra popoli. Il Mediterraneo non ordinato e declinato alle rigidità calviniste del nordeuropa, quello autentico, confuso e turbolento, che si può ritrovare a Venezia, nei porti di Genova e di Marsiglia, così come in quelli di Tunisi e Istanbul. Popoli che ancora oggi hanno più cose in comune di quanto si possa immaginare in uni-verso globale che ogni differenza vuole livellare per com-prenderla ed ammansirla. Quella “misura”, per definirla con Albert Camus, che visse, e forse vive ancora, su entrambe le sponde del Mediterraneo, comune sia al nord Africa che alla Provenza. ”Così come il sole mediterraneo è lo stesso per tutti uomini, lo sforzo dell’intelligenza umana dev’essere un patrimonio comune e non una fonte di conflitti e assassinii”.






il dipinto è dell'artista Kaye Miller

3 commenti:

Oreste Corso ha detto...

Buonasera,
Ci rifletterò.
Forse lo rileggerò.
Non so.
Per ora, mi è piaciuto, ma mi ha lasciato un retrogusto amaro.
Potrebbe anche essere semplicemente stanchezza. O forse devo focalizzare.
In ogni caso, ricondivido

Oreste Corso ha detto...

Buonasera,
Ci rifletterò.
Forse lo rileggerò.
Non so.
Per ora, mi è piaciuto, ma mi ha lasciato un retrogusto amaro.
Potrebbe anche essere semplicemente stanchezza. O forse devo focalizzare.
In ogni caso, ricondivido

Masini Marco ha detto...

buonasera Oreste. Promuovere l'attività di pensiero, instillare dubbi, a me stesso prima che ai potenziali fruitori, è il senso che anima ogni mio sbracato post. In fin dei conti, solo Voi che vi "ponete" potete far lievito di ciò che scrivo per dargli diversa autocoscienza...
Un saluto
A presto