CERCA NEL BLOG

martedì 24 marzo 2015

La deflazione e la filosofia della ricchezza


I vertici della finanza europea e il codazzo di galoppini economisti che per vanità ne seguono a ruota l’autorevolezza (dal regime illuminato dei bocconiani sino alla serietà della stampa economica internazionale), si affannano da tempo nel dire che la deflazione è un grave problema per l’economia. Vista asciuttamente, nella contingenza del suo significato, la deflazione dovrebbe essere in realtà un qualcosa di positivo per i consumatori in generale e non, invece, lo spauracchio della nuova Europa targata BCE. La deflazione è infatti il calo dei prezzi, e il calo dei prezzi, concretamente e senza scomodare i teoremi dei preti finanziari, non può che essere visto con favore da ogni consumatore praticante.

E invece, paiono dirci questi nuovi cabalisti contemporanei, ciò che sembrerebbe buono per i consumatori non lo sarebbe invece per i consumi (da questo punto di vista, è ormai noto il demenziale meccanismo che favorisce l’impersonale consumo a scapito di ogni consumatore in carne ed ossa: bisogna consumare per produrre e non produrre ciò che serve, che può essere consumato, assimilato, utilizzato, riutilizzato, riciclato, scambiato, rivalutato, ristrutturato, ridotto. Un mondo rovesciato, capovolto, della serie: l’uomo "deve" sempre prostrarsi alla bontà del meccanismo economico, ché l'angolazione retta garantisce un sicuro benessere! Per "prenderla nel culo" si guarda, effettivamente, in avanti... una nuova sfumatura per il concetto di progresso?. 

Causata dalla mancanza di domanda e dall’incapacità, da parte dei produttori, di piazzare le loro merci sui mercati, quella deflazione, dicono i professionisti della finanza, potrebbe suscitare nei consumatori l’aspettativa di altri cali. Diffidando così dell’acquisto, verrebbe ulteriormente indebolita la domanda, che farebbe quindi calare anche i ricavi delle imprese, costringendole a quel punto ad acquistare meno beni o servizi e a ridurre conseguentemente pure i livelli occupazionali. La deflazione, contraendo i consumi, farebbe insomma avvitare su sé stesso l’intero meccanismo di movimentazione economica.


A dirla tutta, non è detto che le cose, empiricamente, debbano necessariamente seguire le dogmatiche previsioni della "logica" economica (anche perché, in barba a qualsiasi oggettività scientifica, trattasi di una "logica" disposta a truccare persino i dati pur di persuadere la ragione alle proprie “ragioni”): il Giappone, ad esempio, dopo due decenni di deflazione sembra abbia mantenuto, volendo prestare ascolto a quegli stessi economisti, un “indice di qualità della vita superiore alla media mondiale. Ma se anche avessero ragione della loro oggettiva scienza e del pericolo rappresentato dalla deflazione: la contrazione dei consumi non potrebbe significare che invece abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere? La saturazione del mercato non parrebbe, da questa diversa prospettiva, una condizione di benessere e di fabbisogno materiale acquisito? In tal senso, il pericolo deflattivo sembrerebbe mettere in difficoltà anzitutto la credibilità della "scienza della legge dell’eco" di fronte ai reali bisogni umani (almeno fino a quando quegli stessi bisogni non si sono lasciati, passivamente, drogare dall’opulenza e dalla frivolezza del compulsivo possesso di oggetti inutili). 

D'altronde, che la ricchezza non sia esclusivamente legata al denaro e alla moneta (deflazione ed inflazione) se ne accorsero alla fine del Cinquecento anche gli spagnoli dominati dagli Asburgo. Quella ricchissima Spagna, seppur padrona della grande ricchezza costituita dalle “nuove” miniere americane di oro e d'argento, si impoverì paradossalmente proprio in virtù dell’aumento dei prezzi (inflazione) causati proprio da quell’abbondanza. 

Nel suo Memorial, Gonzalez de Cellorigo scrive infatti: se la Spagna è povera è perché è ricca. Ma a taluni la storia non basta, e così i dati economici trovano una spiegazione solo se vagliati dalla paura che riescono a generare sui mercati e sull'uomo (il celebre discorso d'insediamento alla presidenza di Roosevelt dopo la crisi del 1929, ad esempio, mostra quale sia il pericolo principale per l'homo oeconomicus: "l'unica cosa di cui non dobbiamo avere paura è la paura". Oggi, per il medesimo motivo, si è persino arrivati a dover misurare la "fiducia dei mercati"). 

E così, come ogni "rimedio" all'horror vacui, quella stessa paura con cui si guarda oggi al nuovo monstrum deflattivo, ci suggerisce forse anche qualcosa di sostanziale, quasi filosofico, sulla scala gerarchica di valori adottata, sulle priorità a cui ci si è voluti vincolare e su come abbiano paradossalmente impoverito la nostra esistenza. Se il denaro tornasse strumento dell’uomo e non il contrario… la deflazione allora significherebbe aumento di spiritualità, crescita umana, decrescita dei consumi materiali, crescita della creazione valoriale ed estetica, artistica ed ambientale, non più monetizzata bensì "sentita", "provata" su di sé, vissuta senza numeri. 


Nessun commento: